|
La storia
tardoantica e altomedievale di Grado affonda le sue radici nelle tristi,
lunghe e complesse rivalità, lotte e controversie fra il Patriarcato di
Aquileia e il Patriarcato di quest'isola. Per comprendere, quindi,
questo lungo periodo storico, bisogna risalire al primo Medioevo,
allorché gli Aquileiesi, per sfuggire ‑ secondo le fonti ‑
alle invasioni barbariche, trovarono rifugio a Grado, dove costruirono
il “castrum” come baluardo difensivo, prima temporaneo poi
permanente, dalle scorrerie dei barbari.
Il vescovo Niceta (454-485) fu probabilmente il primo presule aquileiese
che pensò di costruire dei prestigiosi edifici cultuali sull'isola: a
lui si devono, infatti, presumibilmente l'impianto generale del Duomo e
la costruzione del Battistero ottagonale; la più antica aula
paleocristiana è la cosiddetta basilichetta di Petrus, un ebreo
convertito al cnistianesimo, mentre sono attribuibili al vescovo
Cromazio (388-407) la prima fase della Basilica di S.Maria e forse anche
della Basilica di cui rimangono pochi resti nella Piazza B. Marin.
Per sottrarsi all'incursione dei Longobardi, nel 568, Paolino, vescovo
di Aquileia dal 557 al 569, che assunse il titolo di patriarca,
ripiegava in terra bizantina, trasferendo la residenza episcopale a
Grado. Il 3 novembre del 579 il patriarca Elia (571-586) consacrava la
Basilica di S. Eufemia, lasciando all'ingresso, sul pavimento musivo, la
seguente iscrizione: "Un lungo periodo aveva offuscato con il
trascorrere del tempo l'aula che stai osservando ornata di varie
decorazioni sotto il mosaico si nasconde semplice terra -; ecco: il
vecchio impianto ha ceduto il posto al grande prestigio della nuova
costruzione per il nobile zelo del beato vescovo Elia; questi edifici
sono sempre sacri al timore di Dio".
Contemporaneamente presiedeva il Concilio
provinciale di Grado, ultimo atto dell'unità religiosa, ecclesiastica,
culturale e politica della regione. Infatti, in seguito al noto scisma
dei Tre Capitoli, si giunse alla divisione della diocesi aquileiese:
"Da quel momento i patriarchi cominciarono ad essere due" (P.
Diacono): alla metropoli gradese facevano capo tutta la fascia lagunare
e l'Istria, che erano rimaste bizantine, mentre la sede di Aquileia
esercitava la sua autorità sul territorio longobardo.
Nel 699 il patriarcato di Aquileia riabbracciava la fede ortodossa,
abiurando quella tricapitolina e riconciliandosi con Roma, ma ormai la
geminazione del patriarcato era politicamente, anche se non più
ideologicamente, un dato di fatto. Non era però nato il Patriarcato di
Grado. I successori di Candidiano continuarono a chiamarsi Patriarchi di
Aquileia, per cui sarebbe appropriato parlare, per questo periodo, di un
"Patriarca (di Aquileia) ad Aquileia" e di un "Patriarca
(di Aquileia) a Grado".
Il patriarcato gradese fu riconosciuto equivalente a quello aquilelese,
secondo le cronache locali e veneziane, all'inizio dell'episcopato di
Antonino (727-749): da questa data inizia la serie dei sessantuno
patriarchi, di cui i primi è più esatto definire "Patriarchi di
Grado", gli altri, forse a partire già dall'VIII-IX secolo
secondo alcuni, sicuramente dopo il trasferimento della residenza nel
1105 con Giovanni III Gradenigo, "Patriarchi (di Grado) a
Venezia". Ma da quel lontano 607 non fu più ricomposta l'unità
territoriale della diocesi di Aquileia; anzi da lì iniziarono quelle
rivalità, lotte e controversie che segnarono tutta la storia medievale
delle nostre terre. Da una parte il Patriarca di Grado si considerava il
successore legittimo, ortodosso, fedele a Roma sul trono patriarcale che
era stato di Aquileia, dall'altra i Patriarchi di Aquileia non
desistettero mai dal sogno e dal proposito di recuperare i territori
sottratti alla loro giurisdizione vescovile. Aquileia continuò a
considerare un usurpatore il Patriarca di Grado e a tentare di
togliergli quel potere che considerava illegittimo e di impossessarsi
del prezioso "tesoro", gelosamente custodito dagli abitanti.
Nel concilio di Mantova dell'827 la rivalità fra i due patriarchi
giunse al culmine; il patriarca aquileiese insisteva nel considerare
legittimo solo il suo titolo metropolitico, mentre il patriarca di Grado
tendeva a sottolineare come, senza l'eredità gradese, il patriarca di
Aquileia non avrebbe avuta garantita alcuna continuità nell'esercizio
del suo potere: senza Grado, il patriarcato di Aquileia sarebbe
ineluttabilmente tramontato da quasi due secoli. "De facto" la
nuova realtà politica che si era creata a partire dallo Scisma del 607-699
sarebbe stata sufficiente di per se stessa a garantire la legittimità
dei due patriarchi. Questo concilio toglieva a Grado la giurisdizione
sull'Istria e condannava quel patriarcato a una lenta e lunga fase di
agonia.
Il periodo successivo è senz'altro uno dei più bui della storia di
Grado. Il “castrum”, eretto dagli antichi fuggiaschi aquileiesi per
difendersi dalle orde barbariche, serviva ora ai “nuovi aquileiesi"
(così erano chiamati i gradesi a partire dall'XI sec.) per trovare
protezione dagli attacchi dei predoni dell'entroterra. Queste
ingiustificate violenze contribuirono a impoverire il patriarcato
gradese, privo di potere politico-militare, e a segnarne il
destino di decadenza e la fine.
Con il XII secolo si erano diradate le lotte militari fra i due
patriarchi, ma nello stesso tempo proseguivano, per vie diplomatiche e
canoniche, le lotte politiche, che sarebbero durate ancora quasi due
secoli. Nel 1178 Alessandro III legittimò il trasferimento della sede a
Venezia ("de facto" ciò era già avvenuto, come si è visto)
e la pace di Roma del 1180 fra Grado e Aquileia testimonia come il Papa
stesso desiderasse la soluzione definitiva di tutta la questione.
Le pretese veneziane si fecero pressanti quando, dopo la conquista di
Bisanzio del 1204, Venezia rivendicava per sé quel titolo patriarcale.
Alla fine del XIII secolo la potenza marittima della Serenissima si
stava avviando verso un lento declino e il Patriarca di Grado versava in
gravi condizioni economiche. A ciò si aggiunse all'inizio del XV secolo
la conquista del territorio aquileiese e di tutto il Friuli da parte dei
Veneti: i due patriarcati gravitavano orinai entro i domini della
Repubblica.
Nel 1451, alla morte del Patriarca di Grado Domenico VI Michiel
(1445‑1451), veniva creato il nuovo patriarcato di Venezia, che
ebbe come primo presule San Lorenzo Giustiniani, vescovo della diocesi
di Castello.
Venezia raccoglieva così la duplice eredità patriarcale e spirituale
di Grado e di Bisanzio, che orinai si avviava alla fine sotto gli
attacchi degli Ottomani, e oscurava definitivamente l'immagine, il
prestigio e l'autorità del patriarcato di Aquileia, divenuto da quel
momento feudo ecclesiastico della nobiltà veneziana e la cui
soppressione giuridica sarebbe avvenuta esattamente trecento anni dopo
quella gradese (1751). |