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La nostra regione è stata sempre terra dì frontiera
e zona di passaggio dal Nordest dell'Europa di popoli nomadi o
seminomadi alla ricerca di conquiste e di benessere; questa particolare
posizione geografica l'ha esposta a più riprese alle scorrerie e alle
razzie degli stranieri invasori. In particolare in epoca tardoantica,
con la crisi dell'impero romano, è iniziata una lunga serie di
incursioni e di devastazioni di popoli cosiddetti "barbari".
Aquileia, ricca città dell'impero e baluardo difensivo presso i confini
nordorientali dell'Italia, ha subito molti attacchi, prima di capitolare
nel 452 sotto l'urto degli Unni, guidati da Attila. Attorno alla figura
del re unno sono sorte nella memoria collettiva molte leggende storiche:
si racconta che al suo passaggio non crescesse più l'erba, che avesse
la testa di cane e si esprimesse emanando terrificanti latrati. Si narra
ancora che "alcuni abitanti in vesti nere erano riusciti a fuggire
poco prima nel buio della notte sull'isola lagunare di Grado", dopo
aver fatto scavare un pozzo in cui nascondere tutte le loro ricchezze,
gli ori e gli oggetti preziosi, che nessuno è riuscito mai a scoprire (è
il cosiddetto "tesoro di Attila, Flagelluni Dei").
Nel 568 arrivarono nel Friuli, provenendo dalla Pannonia, i Longobardi,
che costituirono un vastissimo regno in Italia ed Aquileia passò sotto
la loro giurisdizione politica, fino all'arrivo dei Franchi, subendo
ancora, nel corso del X secolo, gli assalti degli Ungari, devastatori e
predatori.
Accanto però a queste invasioni patite dal nostro immediato entroterra,
la nostra storia regionale annovera una lunga serie di attacchi da parte
dei patriarchi di Aquileia, contro la città di Grado, in seguito alle
vicende che avevano portato allo sdoppiamento delle sedi e dei titoli
patriarcali. Questa “nemesi” storica, che porta la fiorente città
romana prima ad essere invasa e poi, a sua volta, ad aggredire, ha
contrassegnato buona parte della storia medievale di Grado.
I più antichi assalti dei vescovi aquilelesi contro la sede patriarcale
isolana, per conquistarla e riprendersi il tesoro trasportato da Paolino
sul lido altoadriatico nel 568, risalgono agli anni 628-630, quando il
vescovo aquileiese Fortunato da Pola entrò con i suoi soldati in città,
facendo razzia di quanto trovava. Altri simili attacchi furono
perpetrati nel 712 da Sereno, nel 726 da Callisto, nel 762 da Sigualdo,
nell'875 e nell'880 da Valperto.
Ma non furono solo gli Aquileiesi ad effettuare queste incursioni: già
nel VI secolo l'esarca di Ravenna Smaragdo aveva saccheggiato Grado,
facendo prigioniero il patriarca scismatico Severo, di origine appunto
ravennate; allo stesso modo nell'VIII il Duca longobardo Lupo la invase
con la sua cavalleria per il noto argine che congiungeva l'isola con il
continente e ritornò alla sua terra con un ricco bottino. Nel IX secolo
i Saraceni intrapresero un assalto alla città, strenuamente difesa dai
suoi abitanti e alla fine salvata dall'intervento della flotta di
Venezia.
Gravi saccheggi furono operati dal patriarca di Aquileia Wolfang Von
Treffen detto Popone (o Poppone) nel 1023 (o nel 1026 secondo alcuni
autori) e nel 1042 (o 1044, ammesso però che si accetti il 1048 ca come
data della sua morte e non il 28/9/1042 come datano alcune fonti, anche
primarie). Così racconta il primo attacco G. Gregori, riferendolo al
1026: "Tra tutte l'ostilità e saccheggi ch'ebbe a soffrire
quest'infelice nostra patria non fu certamente la più barbara ed
inumana quanto questa del sacrilego profanator ed irreligioso prelato
Aquileiese Popone ... [il quale] profanò chiese, atterrò altari,
violar fece le sacre vergini, uccise i sacerdoti, disseppellì l'ossa
persino dei morti, rubò e spogliò ogni chiesa e abitazione…”.
Dello stesso tono il racconto del Caprin: "Sfondarono le
porte dei monasteri posti sulle isolette, violarono le monache, rubarono
gli arredi e gli apparati, le immagini bizantine, inchiodarono sul
tronco di un albero, onde apparisse l'enormezza dello sfregio, una mitra
arcivescovile e partirono avendo spogliato santuari e case... ".
La decadenza del patriarcato gradese è attribuita dagli autori, che
attingono probabilmente alle stesse fonti veneziane, agli effetti delle
invasioni di Popone. Afferma il Gregori: "Dopo questo barbaro
saccheggio [quello del 1044] non potè questa nostra infelice città
risorgere, e quantunque l'innata pietà e religione di questa nostra
cristianissima Repubblica abbia in parte ristorato i danni di questa
divota popolazione..., e da questo tempo principia la decadenza di
questa città, e della patriarcale sede... ". Aggiunge il Caprin:
"Noi dobbiamo attentamente considerare questo momento storico... se
vogliamo scoprire il preannunzio della soppressione della cattedra
gradese e il principio latente della decadenza di Grado"; e più
oltre: “Furono i mitrati tedeschi di Aquileia a gettare troppo presto
con la loro prepotenza il Patriarcato isolano in braccio a quello di
Venezia". Nel secondo attacco Popone riuscì a impossessarsi delle
reliquie e del tesoro custoditi nella Basilica gradese, provocando il
grave sdegno degli abitanti dell'isola.
Ai violenti attacchi militari poponiani seguì quello di Ulrico II Von
Treffen detto Voldarico nel 1162, quando Grado fu liberata dall'arrivo
della flotta veneziana, i cui soldati arrestarono il patriarca invasore
e lo portarono a Venezia perché espiasse la sua colpa, che alla fine
pagò con il tributo simbolico e umiliante del giovedì grasso.
In seguito non si hanno notizie di invasioni degli Aquileiesi: le
rivalità politiche e religiose tra le due città ebbero fine, e con
esse le invasioni e i saccheggi, ma il patriarcato gradese era destinato
irreversibilmente al tramonto. |