|
Il
prestigio del titolo patriarcale e la monumentalità delle basiliche e
dei resti paleocristiani hanno sempre privilegiato lo studio della
storia religiosa di Grado rispetto a quella politica e amministrativa. E
giustamente, perché dall'origine del patriarcato gradese agli inizi del
VII secolo fino al XII, che segna il periodo più acuto della sua
decadenza, la figura del patriarca riassumeva in sé oltre all'autorità
spirituale anche il legame con il potere temporale, rappresentato prima
dall'Esarca bizantino, ravennate, poi dal Doge di Venezia.
Eppure è estremamente interessante analizzare le cause dell'instaurarsi
sull'isola di un libero Comune, come tanti certamente, piccoli e grandi,
sorsero nel Basso Medioevo in Italia caratterizzati da forme di
autogoverno, ma contraddistinto da una notevole autonomia locale
nell'ambito del territorio soggetto alla Repubblica veneta. Venezia non
solo proteggeva politicamente e militarmente i propri domini, ma
consentiva alle isole di antica municipalità una maggiore libertà
legata alle consuetudini locali, realizzando una forma di federalismo
molto decentrato, al punto non solo di riconoscere particolari privilegi
alle isole fedeli, ma anche di tollerare usanze familiari e sociali
talvolta in conflitto con le leggi della Repubblica. Le ragioni di
questo particolare trattamento riservato a Grado e ad altre isole e città
della laguna e del litorale veneto come Caorle e Chioggia sono
fondamentalmente storiche e geografiche. La stessa conformazione di
un'isola induce, con il suo "isolamento" appunto, a forme di
autonomia e di leggi locali che si tramandano oralmente e che
costituiscono il patrimonio culturale specifico di quella collettività.
A ciò si aggiunga per Grado il ruolo importante di intermediazione e di
garanzia che ricopriva il suo patriarca non solo quando risiedeva a
Grado, ma soprattutto quando dimorava stabilmente a Venezia e
frequentava assiduamente il Palazzo Ducale: non si spiega diversamente
l'interesse dimostrato dalla Serenissima per la nostra landa ormai
deserta e priva di significati strategici e politici. Numerose
testimonianze epistolografiche conservate nell'Archivio di Stato di
quella città attestano che la disponibilità di Venezia verso la fedele
comunità gradese non venne mai meno fino al termine della sua
dominazione.
Le principali fasi della storia del libero Comune gradese sono
ampiamente documentate a partire dal XII secolo, allorché la sua
massima autorità trasferiva definitivamente la sua residenza a S.
Silvestro presso Rialto e il governo municipale dell'isola continuava ad
essere amministrato da un gastaldo secondo il diritto consuetudinario;
la sua piena affermazione è avvenuta nel secolo successivo, quando la
reggenza fu affidata ad un podestà veneziano: il primo Conte di Grado
è stato infatti Gabriele Barbarigo nel 1266. Egli rappresentava la
massima magistratura locale e riassumeva in sé una pluralità di
funzioni, fatto abbastanza eccezionale rispetto a tanti altri liberi
Comuni del Nord: non solo era podestà, ma giudice, amministratore ed
esattore. La durata del suo incarico risultava dapprima di 16, poi di 12
mesi, secondo il principio romano dell'annualità delle cariche
pubbliche. Presiedeva il Tribunale, intratteneva stretti rapporti con la
Serenissima, indiceva e presiedeva le riunioni del nobile Consiglio, che
deteneva il potere decisionale sulle più importanti proposte che
riguardavano l'intera comunità, perché “L’isola dipendeva bensì
da Venezia nelle cose d'interesse generale, ma conservava propria
autonomia" (Caprin). Inizialmente il Consiglio era formato dai
membri di sette famiglie patrizie e rispecchiava la forma di governo
oligarchica di Venezia; in seguito fu allargata la base del suo
elettorato passivo. Era composto da un numero variabile di membri,
solitamente da 25 a 40 e forse più in alcuni mandati, e veniva
convocato al suono della campana civica e dalla voce del banditore, nel
Palazzo del Comune. I suoi compiti erano fondamentali per la vita
dell'Isola, perché, oltre ad eleggere tutti i magistrati comunali,
deliberava sulle questioni generali ed emanava i relativi editti.
Come in tutti i liberi Comuni del periodo, l'organismo propositivo e
sovrano era rappresentato dall'assemblea popolare o Arengo, che anche a
Grado veniva riunito dal podestà periodicamente e in caso di necessità
e urgenza o per assistere alle riunioni del Consiglio gradese, che
"era la più bella e più pura incarnazione del Comune
italiano" (Caprin). Dal XIV secolo in poi le decisioni non si
basavano più sulle regole consuetudinarie antiche di tradizione orale,
ma sugli Statuti Gradesi, che il Consiglio emanava, soprattutto per
fissare inequivocabilmente l'ordinamento del Comune stesso e le
principali norme riguardanti i cittadini. Oltre ad essi vi era il Libro
dei Privilegi, che conteneva le esenzioni di cui godeva Grado per
concessione della Serenissima in merito, per esempio, al diritto di
pesca e al commercio con l'entroterra.
Le magistrature previste dagli ordinamenti comunali ed elette dal nobile
Consiglio erano: i due Camerlenghi, che si occupavano
dell'amministrazione del denaro pubblico e della contabilità del
Comune; il Comandadôr, che svolgeva compiti esecutivi di ufficiale
giudiziario e sanitario ed era responsabile della pubblicazione degli
editti e delle grida; i tre Giudici che costituivano il Tribunale,
presieduto dal Conte, che pronunciava le sentenze civili per le
frequenti liti tra i cittadini in ordine alle proprietà e penali per i
continui lievi reati di una popolazione tormentata dalla miseria e dalle
difficoltà dell'esistenza materiale (le questioni più gravi venivano
demandate a Venezia); infine vi era il Cancelliere, segretario del
Conte, al quale competevano questioni di diritto amministrativo e di
carattere militare.
Questo ordinamento del Comune gradese rimase in vigore fino al
termine del XVIII secolo. Al patriarca veniva riconosciuta esclusiva
competenza metropolitica nel campo religioso e spirituale, ma delle
questioni politiche si occupava la Serenissima Repubblica mediante
interventi diretti o attraverso il suo rappresentante e i magistrati
liberamente eletti, in ampia autonomia, con un ordinamento
amministrativo completamente diverso dalla vicina Aquileia, la quale dal
X secolo era diventata feudo ecclesiastico germanico e il suo patriarca
aveva assunto una preminente funzione politico‑militare, come
dimostrano le imponenti e devastanti invasioni di Grado dell'XI e del
XII secolo da parte dei rivali patriarchi ghibelliní Wolfang e Ulrich
Von Treffen, raccontate – forse ‑ con eccessiva enfasi dalle
antiche cronache veneziane. |