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Sull’importante
tema dell’interesse e validità attuali e passati del dialetto gradese
Augusto C. Marocco ha inviato il seguente contributo conoscitivo a
Telecapodistria, che recentemente ha messo in onda un servizio culturale
sul tema e contemporaneamente ha mandato una copia per la pubblicazione
sul sito www.grado-online.net che
molto volentieri pubblichiamo.
"Premesso
che il dialetto di Grado viene da sempre, e quindi anche oggi,
correntemente parlato in famiglia e nei rapporti sociali (compresi gli
uffici pubblici), per cui si tratta di una parlata che svolge tuttora la
sua insostituibile funzione di trasmettitore culturale e delle
tradizioni locali, desidererei farne qui, per voi che tra gli altri
vostri impegni ve ne occupate e per coloro cui possa interessare, una
breve presentazione. Vorrei soprattutto ricordare, ancorché
sinteticamente, come questo dialetto, che è vitale per l’Isola
d’Oro, si sia in pratica estrinsecato nel secolo appena trascorso,
articolandosi in analisi e studi ed esperienze artistiche.
La parlata gradese è stata tenuta a battesimo con un prestigioso
saggio da parte di Graziadio Isaia Ascoli alla fine dell’Ottocento, su
segnalazione del professore gradese Sebastiano Scaramuzza cui si deve
sull’argomento un accorato studio giovanile. In seguito all’uscita
(1912) di Fiuri de tapo, il primo libro di B. Marin, viene pubblicata da
Emilio Mulitsch una sua ricerca fonologica sulla silloge. Nel secolo
scorso è anche uscito (1970) uno studio completo del professor Manlio
Cortelazzo e un altro parimenti importante (1980) del professor Giuseppe
Francescato, cui nello stesso anno si aggiunge una fondamentale ricerca
e analisi del professor Giovanni Frau circa i toponimi gradesi del
centro abitato e, si badi, della laguna. Le forme del gradese sono state
tratteggiate anche da me in un libretto (1983), che affronta in modo
"facile" i temi grammaticali nell’inento di renderli
maggiormente accessibili. Quindi è uscito ancora un altro lavoro
grammaticale (1988) scritto da Ferruccio De Grassi. Ci sono anche un
saggio di glossario (1979) e un vocabolario (1995) rispettivamente di L:
Deluisa e A. Corbatto. Innumerevoli sono altri saggi e articoli
pubblicati.
Sul gradese scritto, soprattutto in poesia, c’è una produzione
davvero oceanica. Oltre ai primi documenti in Caprin (1890), il già
citato Scaramuzza (versi, prose e traduzioni dal greco) e Domenico
Marchesini (anch’egli versi e prose), abbiamo l’astro di Biagio
Marin, proposto per il Premio Nobel, che davvero nella sue liriche ha
dato dignità di lingua alla nostra parlata dall’inizio alla fine del
sec. XX: egli ha consegnato alla storia un vero indelebile monumento
alla Poesia e alla graisanità. Inoltre tantissimi sono i cosiddetti
"minori", taluni anche da notare come Giovanni Siata, Mauro
Marchesan, Salvatore Degrassi, Lucio Degrassi, Edy Tonon, Antonio
Zentilin, ecc., mentre il popolo da oltre cinquant’anni, oggi con patrón
Aldo Regolin, si organizza un proprio festival della canzone (le
migliori della passerella rimangono poi nel patrimonio di tutti e
vengono cantate alle feste, come quelle con i testi di Giacomo Zuberti
ad esempio, di Mario Pigo e Mario Boemo, di Onorio Dissette, di Enzo
Italia e Alberto Camuffo, con tantissimi altri meritevoli di citazione,
compresi i musicisti da Attilio Gordini a Dante Marchesan e Nandi Sumann,
da Matteo Olivotto a Ferruccio Tognon, da E.A. Martino e Gino Zuliani a
Seba). Possiamo oggi anche parlare di un teatro gradese con il binomio
Svettini e Giovanni Stiata e con bravissimi attori quali Giglio Boemo e
Nevio Scaramuzza. Si pensi che prima della guerra avevamo anche un
trovatore, ricordato come Piero Canàro, che inventava lí per lí alla
chitarra le sue canzoni e filastrocche; e anche ai nostri tempi vi sono
dei veri artisti, autori di testi in gradese doc e musiche pieni di
pathos e tragica ironia popolana come Ciano Siego e Tronbài. Ci sono
perfino autori non gradesi, che il dialetto lo hanno voluto studiare e
poi hanno saputo metterlo ottimamente in pratica, come il triestino
Aurelio Ciacchi e il friulano Lelo Cjanton.
Negli ultimi anni la nostra parlata, per la prima volta nella
storia, si è volta verso i testi sacri, con la mia traduzione in
gradese della S. Messa propria dei Patroni, la cui Sequenza è stata
declamata nel nostro Duomo (Basilica di Sant’Eufemia) durante la
solenne celebrazione dei Santi martiri Ermacora e Fortunato alla
presenza delle autorità cittadine, e del Te Deum, recitato, in simbiosi
con il popolo, direttamente dal compianto mons. Silvano Fain, che
espressamente mi aveva chiesto di tradurre. Infine, allo scopo di
celebrare il Giubileo 2000 ricordando il monsignore scomparso e
salutando l’ingresso a Grado del nuovo Arciprete mons. Armando Zorzin,
è da poco uscito un libro con la traduzione in gradese del Vangelo di
San Marco, pure da me curata. Anche brani del vangelo in gradese sono
stati letti in Duomo durante solenni e appropriate funzioni. Mi è
inoltre assai gradito poter qui annunciare che sto lavorando da anni su
tre diversi progetti riguardanti il nostro dialetto e la sua genesi: ciò
per sottolineare che c’è sempre qualcuno a Grado che vuole fare
qualcosa affinché non vada perduto nel tempo questo atavico tesoro
della gente.
A conclusione vorrei dire che, ancorché non si possa parlare di
una vera e propria lingua formalmente riconosciuta, siamo tuttavia sulla
buona strada, visti anche i presuppoosti qui pur brevemente enumerati.
Sicuramente ci troviamo di fronte a un dialetto con caratteri originali
suoi propri, distinti da quelli del circondario e parlato in un
territorio assai ben delimitato.
Augusto
C. Marocco |