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Dopo
la soppressione del titolo vescovile (1451), Grado diventa una semplice
pieve del patriarcato di Venezia, alla cui guida il Papa Niccolò V
aveva eletto Lorenzo (1381-1456), della famiglia Zustinian o
Giustianiani, una delle più nobili e in vista della Repubblica.
Nonostante le sue origini, egli aveva scelto una vita da mendicante e
non disdegnava di chiedere l'elemosina persino alle porte del suo
palazzo, con grande scandalo della sua famiglia, che lo aveva respinto
dopo la coraggiosa scelta di aderire allo spirito del riformismo
cattolico così fervido nella Venezia del Quattrocento. Il suo modo di
predicare, di scrivere e di agire era affascinante e coinvolgente nella
sua semplicità e il suo ideale era la vita monastica e comunitaria;
perciò faticò ad accettare dal Papa Eugenio IV la nomina a Vescovo di
Castello, l'isoletta fortificata della laguna veneta scelta a residenza
vescovile, l'antica Olivolo. Dopo la soppressione dei patriarcati di
Grado e Castello, divenne quindi il primo Patriarca di Venezia, venerato
dal popolo come un santo e canonizzato nel 1690 dal concittadino Papa
Alessandro VIII.
I primi anni del suo patriarcato corrispondono ad un periodo difficile
per la Serenissima, minacciata dai Turchi; inoltre, la nuova
giurisdizione ecclesiastica, molto più vasta rispetto a quella
castellanense, richiede al nuovo presule e ai suoi successori notevoli
sforzi organizzativi e amministrativi tali imporre una gestione
provvisoria soprattutto dei territori più decentrati e degli affari
meno urgenti: per queste ragioni bisogna attendere quasi vent'anni e
arrivare al 1470 perché a Grado venga nominato il primo pievano,
Giovanni Aspasio.
Esiste negli archivi di Venezia una ricca documentazione che permette di
far luce su molti aspetti della vita socio-economica, civile, religiosa
e morale della fedele comunità gradese in quel periodo.
Dal punto di vista socio-economico la popolazione era per lo più
composta da pescatori e da trasportatori di sabbia, che commerciavano
con l'entroterra friulano e con Trieste, ma soprattutto con Venezia. Le
altre attività economiche erano legate alla produzione e alla
distribuzione dei beni di prima necessità o ai servizi indispensabili:
vi erano contadini che producevano e vendevano ortaggi e frutta,
coltivati nelle vaste aree agricole ancora estese al di fuori delle mura
cittadine, artigiani e commercianti. Il livello di istruzione di tutte
queste persone era molto basso e la quasi totalità della popolazione
continuava a rimanere analfabeta.
Le misere casse comunali riuscivano a malapena ad assicurare alla
popolazione le sole esigenze primarie e quotidiane, mentre si doveva
ricorrere, con molte insistenze talvolta secolari, all'aiuto della
Repubblica per le opere e gli interventi di maggior impegno finanziario
e straordinari, quali la ricostruzione delle mura, il risanamento degli
edifici pubblici, civili e religiosi, il rifacimento delle strutture di
protezione dell'abitato e di difesa militare del territorio. Si trattava
quindi di una comunità povera, con un Comune e una parrocchia poveri,
che costringevano spesso i loro responsabili a procurarsi da vivere con
altre attività, come la pesca, e i patriarchi in visita a distribuire
pani e denaro al popolo affamato e bisognoso. Mentre i reggitori del
Comune erano veneti, i sacerdoti della comunità erano quasi sempre
indigeni, spesso appartenenti alle famiglie più in vista, che ne
imponevano l'elezione.
La lettura e l'analisi dei documenti confermano la precarietà del
tessuto sociale e le difficoltà della vita associata, e testimoniano
frequenti contese e anche risse furibonde, che potevano degenerare
talvolta in delitti, che l'impotenza dell'autorità locale spesso non
riusciva a prevenire né a reprimere. In questo clima sociale e civile,
un gravissimo e preoccupante problema della città era quello della
sicurezza pubblica e dell'incolumità degli abitanti, per la presenza di
persone poco raccomandabili e sediziose, che giravano armate per
l'isola, minacciando e terrorizzando i cittadini di giorno e disturbando
la quiete pubblica nelle buie notti. Oltre ai reati contro la persona,
vi erano quelli contro il patrimonio: i furti nelle botteghe, negli
orti, nei cortili e nei pascoli, dettati sovente dallo stato di estrema
indigenza di alcuni, erano quotidiani nelle aree del territorio comunale
situate fuori delle mura, specialmente verso meridione.
Il quadro generale della vita collettiva non è sempre, però,
contrassegnato da tinte fosche ed equivoche: si tratta, nei casi
estremi, di eccezioni, che sono comunque il frutto di una realtà
variegata ed in lenta evoluzione, che porterà verso la fine del XVII e
l'inizio del XVIII secolo ad un graduale miglioramento delle condizioni
generali della vita civile e religiosa. |