VOLDARICO, PATRIARCA BENIGNO
 

 

La storia del patriarcato gradese dalle origini al secolo XII è ricostruibile a grandi linee soprattutto attraverso la cronachistica veneta medievale, decisamente filogradese nel descrivere e attribuire le responsabilità nei rapporti tra la nostra isola e Aquileia da una parte e con Venezia dall'altra. In particolare su alcuni episodi e personaggi il giudizio tradizionale è in parte, forse, viziato da preconcetti e interpretazioni unilaterali, ai quali non si può considerare completamente estraneo il noto doge-scrittore Andrea Dandolo e che richiederebbero un ripensamento e un maggiore approfondimento anche alla luce degli studi più recenti. Non esistono ancora né una trattazione organica e aggiornata della storia del patriarcato gradese né un'edizione critica, filologicamente corretta, dei documenti medievali riguardanti la nostra Chiesa patriarcale, nella vivida attesa della pubblicazione degli ultimi due volumi previsti dal piano editoriale della collana "Scrittori della Chiesa aquileiese", voluta dall'Arcivescovo Padre Bommarco, che colmerà indubbiamente la seconda lacuna, favorendo presumibilmente nel contempo la composizione della prima.
L'immagine di Voldarico che abbiamo noi gradesi fin dai primi anni di scuola è quella di un aggressore, di un comandante militare che invade senza giustificate ragioni la nostra terra, provocando distruzioni e morte. Eppure il noto episodio del 1162 è l'unica vera impresa militare del patriarca Ulrico II, la cui biografia ci consente di ricomporre un ritratto dell'uomo, del feudatario e dell'ecclesiastico, considerandone tutti gli aspetti, non solo politici, della sua personalità. Di quella nota e, per noi, famigerata impresa Voldarico pagò pesantemente le conseguenze con l'umiliazione del giovedì grasso, perché certamente aveva commesso un errore di valutazione politica, sferrando un violento e patetico attacco alla città costiera più misera e indifesa del dogado veneziano e sottovalutando la reazione militare di Venezia, che proteggeva la fedele comunità di Grado, sua chiesa-madre, e il cui patriarca, il veneziano Enrico Dandolo, residente a San Silvestro nel cuore rialtino della città ducale, continuava a esercitare i diritti metropolitani con notevole influenza sulle decisioni e sugli atteggiamenti filopapali del Doge, di cui si sa per certo che frequentava assiduamente il palazzo. Ma al di là di quell'infausto avvenimento e di quell'errore politico, la sua vita è contrassegnata da un'azione diplomatica e religiosa estremamente positiva, in momenti molto difficili per le nostre terre e in presenza di uno stretto rapporto con l'Impero, che lo aveva designato, come feudatario ecclesiastico germanico, ghibellino, a succedere al patriarca Pellegrino nel 1161. L'errore gradese dell'inizio del suo episcopato lo spinse subito a rivedere e reimpostare la sua linea di condotta nella direzione di una più oculata politica di equilibrio tra Papato e Impero, tra la Marca friulana e la Repubblica veneta.
Egli era un nobile rampollo della famiglia carinziana Von Treffen, che aveva visto assurgere alla dignità della cattedra aquileiese un altro grande presule, quel Wolfang detto Poppone, che pure aveva legato il suo nome, secondo i cronachisti veneti e i loro seguaci, a due violentissimi assalti al nostro castello nella prima metà dell'XI secolo, ma è stato anche l'artefice della rinascita architettonica e del prestigio internazionale della sede aquileiese e dello splendore politico e amministrativo del relativo territorio metropolitano: dobbiamo però qui ammettere sinceramente, senza timore di smentita e di essere tacciati di anacronistico campanilismo, che in questo senso, in quel momento storico, noi gradesi non avremmo potuto rappresentare una minaccia a questi interessi. Ma forse altre erano le vere ragioni di quelle invasioni e di quei saccheggi.
Designato nel 1161 col titolo di "patriarca eletto", secondo i dettami del recente concordato di Worms tra il Papa e l'Imperatore, che si erano imposti di porre fine alla cosiddetta lotta per le investiture", Voldarico attese alcuni anni la conferma papale della sua nomina, che avvenne solo dopo la sua riconciliazione con la Chiesa di Roma. Egli ereditava dal suo predecessore un patriarcato militarmente ed economicamente ordinato e prospero. Agì con prudenza ed equilibrio, cercando di conciliare la sua educazione filoimperiale con un avvicinamento a Roma, dimostrandosi abile mediatore sia nel 1176, dopo la battaglia di Legnano, fra il Papa, il Barbarossa e la Lega Lombarda, sia nel 1180 in occasione della stipula dell'accordo che poneva fine alle infinite controversie per le rispettive giurisdizioni dei patriarchi di Grado ed Aquileia.
Voldarico morì due anni dopo quella firma e fu sepolto nella Basilica di Aquileia; la sua lastra tombale contiene il documento che forse meglio sintetizza i due aspetti fondamentali della sua linea ecclesiastica e politica. Si tratta di un'iscrizione latina in due distici, che, scorrendo lungo la cornice marmorea del sepolcro, tradotta recita così:

"QUI GIACE IL VESCOVO ULRICO SECONDO, PATRIARCA BENIGNO.

GUIDO' LA CHIESA SCONVOLTA DALLA TEMPESTA DELLO SCISMA, L'ARRICCHI', EGLI STESSO RESE FELICI QUESTI FRATELLI.
ABITI CON I GIUSTI, POSSIEDA LA GIOIA (ETERNA)".

Oltre ad essere un valente diplomatico, Voldarico fu molto generoso con i fedeli aquileiesi, cui donò l'eredità dei beni patemi; esistono inoltre molte testimonianze sulle sue donazioni in Friuli e nell'Oltralpe. Per queste ragioni gli storici forniscono di questo personaggio e del suo governo della Chiesa aquileiese, che allora comprendeva un territorio molto vasto, un ritratto positivo, che dovrebbe indurre la nostra mentalità gradese, formatasi - o forse deformatasi -  su una tradizione "storiografica" ostinatamente “veneta", a rivedere in modo equidistante, sereno, obiettivo e completo le nostre valutazioni storiche, a cominciare forse proprio dalla figura del patriarca aquileiese Ulrico II di Treffen.